Chi ha paura della festa della mamma?

Tra poco sarà la festa della mamma.  Per l’occasione, analogamente a quanto avevano già fatto per la festa del papà, le maestre di Nina hanno lavorato con i bambini facendo loro disegnare e descrivere i propri genitori.

Dunque, eccomi qui.

mamma

Permettetemi solo qualche commento.

 “La mia mamma ha il naso a due ricciolini…”. A tal proposito vorrei dire che sul mio naso, negli anni, ne ho sentite di ogni: naso a maiale (MioFratello), naso a patatona (IlFollettoDa150Chili), “Non ti vorrai mica mettere l’orecchino al naso con quel naso lì, che poi mi sembri buana” (ex-fidanzatino, mollato all’istante con taglio totale di tutti i ponti e non certo per la questione naso)… Ma “a due ricciolini” mi mancava, e non ho neanche capito bene cosa significhi. Mi immagino sia legato al fatto che Nina mi vede quasi sempre dal (molto) basso all’alto e quindi del mio naso vede soprattutto due buchi (aka narici) che lei rappresenta come due ricciolini (aka cerchi). O forse no. Se qualcuno lo scopre, me lo faccia sapere.

“… e le sue mani sono tutte con le dita.”. Rispetto a  questo mi sento di dire che la condizione è temporanea e particolarmente instabile, fatto del quale si è accorta anche lei che infatti conclude “Lo sai, il pollice le fa male perché si era tagliata.”.

“Io gioco con lei a bambole. Mi insegna a fare le capriole e io salto sempre sul letto con lei.”. Queste che sembrano due frasi carine sono in realtà due velati suggerimenti a smetterla 1. con gli imbarazzanti vezzeggiativi con i quali mi riferisco a lei (“Sei la mia bambola!”) e 2. a levarmi dalle palle e lasciarla giocare in pace (“Sul letto ci puoi saltare SOLO SE CI SONO IO!”).

“Lava sempre tutti i vestiti e li stende…”. Ci terrei a mettere l’accento su quel “tutti”, nel senso che lavo vestiti talmente spesso e in tali quantità da sembrare che io lavi interi armadi ogni volta. E ci terrei anche a fare espressa richiesta affinché questa cosa cessi all’istante. Anche perché poi succede che lo stendino diventa il quinto membro della famiglia e guarda con noi la tivvù dalla sua posizione privilegiata accanto al divano e io mi ritrovo in queste condizioni

stira

“Quando lei va nel lettone e si addormenta, io vado nel mio lettino…”. Che detta così sembra che sia lei a mettere a letto me e che la sera io sia talmente stanca da addormentarmi prima di lei. Non le credete: non è vero. Io la sera sono talmente stanca che manco ci arrivo sul lettone.  Tant’è che PapaPao, dopo aver addormentato lei, deve venirmi a raccattare sul pavimento del salotto (dove mi sono addormentata abbracciando lo stendino che guarda la tivvù) e portarmi a letto.

“Fa tutte quelle cose perché è brava.”. Alé! Vinto!

“Vado anche in bicicletta con lei a fare i giretti.”. Ok Nina, se questo è un modo per dirmi che ti piace tanto fare questa cosa che non facciamo mai perché ho perso il tuo casco, ne prendo atto. Stasera lo cerco sotto la pigna di roba da piegare e se mai te lo ricompro.

“Lei a volte dice le parolacce e io le dico “Non si dice!””. Rispetto a questo temo che Nina capirà presto a sue spese che può anche darsi per vinta, perché tanto con me non c’è speranza. A questo proposito vorrei riportare lo stralcio di un discorso avvenuto tra me Tita quando lei aveva più o meno l’età che ora ha Nina.

Phrolivina: “Ma cavolo! Guarda cosa ho combinato!”

Tita: “Mamma! Non si dice “cavolo””

P: “Ma minchia, Tita! Manco “cavolo” si può dire? Eccheppalle”

T: “…”

 

P.S. Questo qui sotto è il lavoretto per la festa del papà. E ora ditemi: chi è il Genitore 2?

papa

I Fantastici 10

Per me, le dita sono un problema.

Le taglio col coltello (dell’’Ikea, per fortuna).

dito

Le chiudo nelle porte tagliafuoco.

mano

Le infilzo con l’ago del punto croce.

puntox

Le mie dita sono I Fantastici 10 in perenne lotta contro Maldestra, la malefica signora dalle mani palmate.

Ma in famiglia non sono l’unica ad avere un problema con le sue dita. Nina, per esempio, se le succhia (tutte) come si farebbe con un ciuccio. Tita, invece, ci litiga quando deve impugnare la penna.

impugnatura

Io lo chiamo “tenere la penna come il punteruolo di Basic Instinct” o “tenere la penna come il coltello di Psycho”, ma in termini tecnici il problema di Tita si chiama cattiva prensione dello strumento grafico.  E potrebbe, ma io preferisco dire che avrebbe potuto, degenerare in disgrafia (che come la discalculia e la dislessia, è un disturbo specifico dell’apprendimento).

Ma andiamo con ordine. Da sempre Tita è stata affascinata dal disegno. Tra le prime parole che ha detto, una è stata “gna”. Che in pratica è una doppia aferesi (signore e signori, ecco a voi Secchiona) e sta per “disegna”. Che  sicuramente nasce dal fatto che mentre io disegnavo per lei le dicevo “Mamma disegna”. Che altrettanto sicuramente si è ben presto evoluto in un imperativo. Perché lei, a disegnare, non ci pensava nemmeno. Anzi, non ci ha mai voluto nemmeno provare fino almeno ai due anni. E poi da un giorno all’altro ha preso in mano la matita con la presa palmare, come fanno tutti i bambini,  e non ha più smesso. Né di disegnare né di impugnare così. Solo che, di solito, i bambini modificano a poco a poco la prensione  fino ad arrivare all’impugnatura digitale. Tita, invece, non solo ha mantenuto l’impugnatura palmare, ma l’ha talmente sviluppata e consolidata da essere in grado di disegnare come e meglio di molti altri suoi coetanei.

disegno

Ma la scrittura è tutta un’altra cosa, e con quell’impugnatura lì in corsivo non si scrive. Da circa 3 mesi, quindi, Tita va una volta alla settimana da un rieducatore del gesto grafico. A tirare freccette, fare palline di creta, suonare un minuscolo violino, far sbadigliare un leone. E nel suo astuccio ci sono forbici per mancini, gommini impugna-facile, matite triangolari e penne ergonomiche. E a casa disegniamo sui muri, scriviamo col pennello e dipingiamo a go-go.

E io dico che “avrebbe potuto degenerare in disgrafia” perché sono sicura che la mia bambina sia molto più brava e forte di quanto le sue mille lacrime cerchino di dimostrare. Perché qui, di supereroe, ce n’è soltanto una.

Broomstick Award 2014. Ca@@o.

E poi succede che tu te ne stai lì, quatto quatto, Nicchione fino al midollo, nel tentativo di passare inosservato e… tac! Tana per Phrolivina.

Beccati sto premio.

boomstickaward2014

Tu Quoque, Prof. Non che io non apprezzi, eh? Però…

Primo dubbio: cos’è? Un premio per casalinghe? Un contest per streghe? Una gara di Quidditch? Un modo come un altro per costringermi a scrivere un nuovo post? A broomstick in quel posto?

Ehhh… Magari. Che in confronto, anche il modo coercitivo per superare la mia pigrizia sarebbe stato meglio… Qui si tratta di un premio ideato nientepopodimeno che da Hell di Book and Negative. Paura, eh? Io sì.

E comunque, per citare Hell (così non sbaglio): Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua. Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.). Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa. Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno.

Secondo dubbio: cosa devo fare?

Prima di tutto devo esserne orgogliosa. (E lo sono, eh? Sia chiaro) . Poi, devo assegnarlo a mia volta ad altri 7 seguendo 4 semplici regole. Qui cito di nuovo Hell (che se siete andati a leggere di là, sapete che se sgarri sulle regole il rischio di finire male è veramente altissimo):

“1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite.”

A questo punto vado di premiati:

Things Organized Nealty: perché quando arriva la primavera e il cambio degli armadi incombe, io vengo assalita dal DOC (e se state immaginando scene di sesso con un sosia di Patrick Dempsey, ehm… no) e vado là a rilassarmi tra i miei simili.

Wes Andreson Palette: per lo stesso motivo, ma con un occhio all’arte. La settima, la mia preferita.

L’arte spiegata ai truzzi: perché di arte non capisco un tubo, ma se me la spiegano ci arrivo anch’io.

When you work at a museum: perché (ahahahahah) è tutto brillantemente e dannatamente vero (sigh). Ma sapere di non essere soli aiuta.

T-rex Trying… : perché avere le palle per sbeffeggiare i cattivi… Vuoi mettere? Avercene. Massimo rispetto.

Calvin and Hobbes Daily: Bill Watterson rulez. Devo aggiungere altro?

Circle Birthday: perché ne ho sentiti tanti dire “Questo lo saprei fare anch’io”. E invece, questo, lo fa lei. E da dio.

Ok. Fatto. Spero di non aver fatto casino e di non aver fatto arrabbiare nessuno. E comunque, in ogni caso, ve lo faccio dire da Ash, va…

Il mio sguardo

Signore e signori, ecco a voi una nuova triade. Abbiamo Curiosa, che se siete sul tram e state leggendo legge con voi. Gentile, che se vi vede spersi per strada vi chiede se avete bisogno. Socievole, che se si accorge di essere osservata attacca bottone.

La Triade è quella che, da parte mia, può rispondere a Barbara, aka mamma fatta così, che si domanda quali siano le parole non dette dietro gli sguardi di chi incrocia una famiglia con un bambino o un ragazzo con la Sindrome di Down. Se lo domanda perché venerdì 21 marzo sarà la giornata mondiale della Sindrome di Down e, insieme ad altre tre compagne ma anche a noi, vorrebbe (cito) “che tutta questa settimana fosse un’occasione per fare qualcosa di buono, come buttare giù i muri” che separano gli uguali dai diversi, gli speciali dai normali, quelli che sì da quelli che no (che già, qui, io non capisco più da che parte sto. E forse è un bene.).

Dunque, se le nostre risposte possono essere d’aiuto a questo progetto (che riconoscete dagli hashtag #WDSD2014 #DearFutureMom  #losguardodeglialtri), ecco le mie.

Curiosa: “Non ce la posso fare, devo guardarvi. Non è tanto per quello che fate o per come apparite, è per quello che siete.  Voglio sapere tutto: da come vi chiamate a quanti anni avete, da dove state andando a da dove venite, da come interagite a come vi parlate. Mi basta un pezzettino. E se fate l’errore di incrociare il mio sguardo, probabilmente ve lo chiederò.”

Gentile: “Se avete attirato il mio sguardo è perché avete mostrato un bisogno: vi siete guardati attorno con aria spersa, avete fatto cadere qualcosa, avete la sciarpa che sta strusciando in una pozzanghera, state tirando su col naso… E così vi siete fregati e vi toccherà parlare con me.”

Socievole: “Io saluto. Se vi conosco, vi saluto. Se vi conosco ma voi fate finta di no, vi saluto. Se non vi conosco ma i nostri sguardi si incrociano, vi saluto. Se mi ispirate, vi saluto.”

Poiché queste risposte valgono per chiunque io incontri, grazie a Curiosa vivo sulla soglia dell’imbarazzo. Capita un po’ di più quando lei si fissa su un bambino con la SD, su una coppia omosessuale, su una ragazza coi capelli rosa, perché lì si potrebbe presentare Fraintesa. Per fortuna Socievole ha il sopravvento: “I tuoi occhiali sono bellissimi!”, “Scusa, dove hai preso quella borsa?”, “Oddio, devi dirmi chi è il tuo parrucchiere”. E di solito le botte le evitiamo grazie a Gentile.

Non è bello, lo so. LAmoreMio dice che la Triade, in realtà, è solo Impicciona sotto mentite spoglie. Forse ha ragione, ma io sono fatta così. Fosse per me, l’unico muro da abbattere sarebbe quello che vi siete costruiti per tenere fuori Curiosa.

Solo una volta, che io mi ricordi, ho avuto un momento di sbandamento in presenza della SD. È stato quando Tita ha incontrato Fabrizio, un ragazzo che ha condiviso i giochi d’infanzia con PapaPao, sulla spiaggia ligure di ChiamarloPaeseÈTroppo. “Chi è?” – ha chiesto, con quella faccia che in realtà assomigliava più a uno ‘spiegami’ che a un ‘chi è’. E poiché nei momenti critici io mi rifaccio al consiglio ristretto, ho lasciato la parola a Scienziata.

Scianziata: “È…  Papapao (che è LAmoreMio mica per niente): “È un amico del papà”.

SBRADABADABADABAM! (O qualunque rumore faccia un muro quando crolla.)

Biancaneve revisited

“C’era una volta una signora che si specchiava. Nel suo specchio c’era una ragazzina, col cerchietto rosso e vestita non tanto bene, che si chiamava… Che si chiamava…“- sguardo di disapprovazione agli astanti- “Allora! Lo dicete questo nome o no?”

“Ah! Sì, scusa. Biancaneve.”

“Mpf. Allora Biancaneve va nel bosco, ma ci sono tanti occhietti cattivi che poi però sono buoni. Poi ci sono dei nani, delle mele, un principe e fine della storia.”

Avete appena assistito a Nina legge Biancaneve Disney.

Se vi interessa leggere una versione alternativa e bellissima (e un po’ forte e per adulti) di questa storia, vi consiglio Snow, Glass, Apples di Neil Gaiman.

Una risata ci seppellirà

Ve l’ho già detto che sono Piagnona? Beh, lo sono. Lo sono in una maniera che non potrei descrivere meglio di così. E quindi non starò qui a raccontarvelo.

Ma visto che sono anche Psicopatica e pure Coerente, nei momenti in cui ci sarebbe veramente da piangere… Io rido. E faccio ridere.

La prima volta è successo una decina di anni fa, quando hanno ricoverato d’urgenza IlFollettoDA150Chili, ci hanno detto che non sapevano se ce l’avrebbero ridato e se lo sono tenuti due mesi. In quei due mesi MioFratello, la roccia sulla quale mi appoggio da quando ho tre anni, si è fatto vedere in ospedale lo stretto necessario, e quelle poche volte è stato sempre muto come un pesce e con gli occhi rossi e gonfi. Nello stesso periodo io ho mandato all’ospedale Buffona e Animatrice, che quando una non era intenta a far morire soffocato per il troppo ridere il vicino di letto con l’enfisema, l’altra era intenta ad organizzare un torneo di briscola a eliminazione diretta tra i 4 edifici, 8 piani e nonsobenequanti reparti della struttura.

È successo di nuovo ieri, quando 50 bambini di prima elementare (elementare, sì. Che prima primaria fa veramente schifo, no?) con quattro maestre sono partiti alla volta di Pietra Ligure per passare 4 giorni fuori casa.  E vi assicuro che sembrava di stare nel salotto di MiiMiaMadre mentre in TV danno Incompreso. Che poi, in soldoni, significa bambini piangenti: 1; genitori piangenti: praticamente tutti.

Ora, in cinque anni di abbandono di minore da quando Tita passa il mese di luglio al mare coi nonni mentre io lavoro, ho imparato che, come per mille altre situazioni analoghe, se tu sei tranquillo loro sono tranquilli.

Alla base dell’essere tranquilli c’è, prima di tutto, l’essere sicuri di averli lasciati in buone mani.

Il passaggio successivo è prepararsi insieme alla separazione. Noi, per esempio, abbiamo preparato una Scorta di baci che Tita ha portato con sé (io non ne avevo bisogno, perché ho già la mia scorta personale dietro l’orecchio).

scorta di baci 1

scorta di baci 3

scorta di baci 4

Il terzo è liberare Buffona e lasciare che regali le sue perle di saggezza. Io l’ho fatto. Alla fine piangevano tutti. Dal ridere, però.

Il lato positivo – Confessioni di una psicopatica / 5

Capita che quest’anno io finisca di compiere il mio 40esimo giro intorno al Sole.

Quarant’anni sono tanti, e dentro ci stanno tante cose. Alcune in grande quantità, altre in numero davvero esiguo. Ma quarant’anni sono troppi per non aver mai fatto delle cose all’apparenza banali, e così è capitato che ieri io sia andata dall’estetista per fare la mia prima manicure con conseguente stesura di smalto semipermanente sulle unghie delle mani.

Come è andata? Boh. Così

unghie

Sembrerebbe bene, no? E allora: “Dov’è il problema?” – direte voi? Il problema è che io vivo col DOC, che vi ricordo non essere, purtroppo, un bel medico figaccione e straricco.

Ora che ho le unghie rosse mi posso vestire solo di nero, di grigio o di bianco, perché tutti gli altri abbinamenti mi fanno venire l’ansia. In realtà andrebbe bene anche l’abbinamento jeans+nero/grigio/bianco, ma io di jeans non ne ho. Anche se…Ce l’avete un po’ di tempo? Che quasi quasi faccio una scappata a comprarmene un paio… Com’era quella cosa del guardare sempre al lato positivo? Ecco.

Ma il vero problema è un altro, ed è legato al controllo. Io ho bisogno di avere il pieno controllo delle cose che mi riguardano. Se voi siete vestiti di mille colori in mille fantasie diverse, non solo vi stimo tantissimo ma non mi crea nessun problema (e le mie amicizie lo dimostrano). Ma qui non è tanto il fatto che se io ho le unghie rosse, il maglione di un rosso diverso perché mi sono vestita al buio (grazie LAmoreMio, eh? A buon rendere…) e la maglietta, i pantaloni, le scarpe, le calze, le mutande e il reggiseno  neri…

AAAAARGHHHHH! Puf Puf Puf. Respira Respira Respira.

Dicevo. Non è tanto quello, no. Qui il problema sta nello smalto semipermanete, il che significa che io non posso toglierlo quando voglio. Significa che, per questa cosa, io dipendo da un’altra persona. Significa che non sono io a poter pienamente decidere di qualcosa che coinvolge me. E questo mi mette moltissima ansia. Quindi adesso mi calmo, mi metto tranquilla e  provo a staccarmi le dita a morsi tipo volpe con la zampina nella tagliola. Oppure… mi ricordo che ci sono già passata e che l’esito è stato la presenza nella mia vita di Tita e Nina. Che mi basta eccome, eh?Ma per essere sicuri di non crollare… Com’era quella cosa del lato positivo? Jeans e maglione nero? Et voilà!

Poche parole. Ma quelle giuste.

Alzatevi. Alzatevi. Alzatevi.

Voglio abbracciarvi. Voglio baciarvi. Voglio dirvi quanto vi amo.

Intanto mi crogiolo nelle cose belle che mi avete detto ieri, con una naturalezza disarmante.

Come quando mi sono venute le lacrime agli occhi pensando a quando sarai grande, e tu, Tita, mi hai rassicurata: “Stai tranquilla, mamma. L’unica cosa che non è mai cambiata e non cambierà mai è il cielo”.

O quando tu, Nina, hai temuto di non potermi salutare come era accaduto ieri mattina, e mi hai sussurrato: “Ti do tanti baci dietro l’orecchio, mamma. Così puoi prenderne uno ogni tanto e mettertelo sulla guancia”.

E quando tu, LAmoreMio, ha commentato: “Sono belle queste due bambine. Sono uguali a te”.

Paura. Eh?

“Amore mio, cosa vuol dire che hai paura? Non avere paura. Conosci la paura. Solo così saprai quando portarla con te e quando lasciarla da parte. Quando averne e quando no.

La paura può essere la tua peggior nemica. Può impedirti di fare cose bellissime. Se i grandi esploratori avessero avuto una gran paura, non sapremmo che esistono gli animali più strani, i paesi più affascinanti, i mondi più incredibili. Se Augusta Ada Byron, Marie-Anne Pierrette Paulze, Maria Skłodowska – e altre donne, come loro, troppo belle per il Nobel - avessero avuto paura di fare quello che amavano, che però era diverso da quello che la società pensava fosse giusto, oggi conosceremo il mondo in un modo un pochino differente, e di certo meno bello.

La paura può essere la tua migliore amica. Può impedirti di finire in modo orribile. Se alcuni grandi esploratori  avessero avuto un po’ di paura in più, non sarebbero finiti nella pancia di un leone, sotto un onda alle Hawaii, con le ali sciolte dal troppo sole.

La paura ha tante facce. Può essere timore o ansia, panico o terrore. Il timore ti può far tremare le gambe, il terrore ti può fermare il cuore. L’ansia ti può far rimanere immobile a torturarti le mani, il panico può farti scappare a gambe levate.

Non avere paura a priori. Guardala in faccia, e decidi chi stai guardando. Solo così potrai capire se è un’amica da portare con te o una nemica da lasciare in disparte. Solo così  potrai decidere se fare o non fare. Solo così potrai continuare a vivere.”

Giuro che gliel’ho detto. E doveva solo imparare ad andare in bicicletta senza rotelle.

seloamilegalo

Liberiamo una ricetta: puRé per me

Puf… Pant… Pant… Che periodo del put. Però ci sono, eh? Che mai e poi mai sarei mancata a Liberiamo una ricetta, splendida iniziativa di cui trovate tutti i dettagli seguendo il precedente link, oppure sulla pagina Facebook dell’iniziativa.

Ma veniamo a noi.

Visto che lo scorso anno il 31 gennaio cadeva di giovedì, giocoforza è stato condividere una ricetta per la serie GiovedìGnocchi. Di conseguenza, quest’anno sarebbe stato d’uopo condividere una ricetta al grido di VenerdìPesce. Ma per evitare risatine, gomitate e ammiccamenti vari (che io vi conosco, scostumate), ho invece deciso di proporvi una ricetta all’insegna di EvvivaLaPatata (Ehm).

kca

La ricetta non è particolarmente originale, ma, come richiesto dall’iniziativa, si tratta di parte della mia quotidianità. Una quotidianità bella. Primo, perché anche questa ricetta mi è stata tramandata dalla mia adorata nonna (che essendo cresciuta in una cascina in tempo di guerra, usava tantissimo le patate). Secondo, perché con questa ricetta mi sono guadagnata un “Cavolo, mamma! Questo lo fai meglio tu della mensa scolastica” (e vi giuro che è stata l’unica volta, nonostante la nomea del servizio di refezione scolastica della città in cui vivo. Meh).

Partiamo dunque con la solita regola: se non si tratta di un dolce, gli ingredienti devono stare sulla dita della mano (se è monca, meglio).

Quindi, per una persona (se siete di più, moltiplicate. E non dite che non siete capaci, che altrimenti vi sguinzaglio dietro Scienziata), procuratevi:

-          una grossa patata

-          una quantità di burro pari a quella di quei burrini che vi danno quando fate colazione in albergo

-          una tazzina da caffè di latte

-          un pizzico di sale

Per quel che riguarda la procedura, la faccenda è molto facile:

-          lavate la patata

-          fatela bollire, con la buccia, finché non sarà diventata molto morbida

-          scolatela

-          privatela della buccia

-          schiacciatela ben benino (io uso la forchetta)

-          fate bollire il latte

-          unite il burro alla patata e rimestate con un cucchiaio di legno

-          unite il latte a patata e burro e continuate a rimestare

-          aggiungete un pizzico di sale

e il gioco è fatto!

Ecco… Io ve la posterei anche la foto di come viene, ma… Il puRé (!) è il mio piatto preferito! E io non riesco a non mangiarlo (tutto) appena fatto, quindi vi dovrete accontentare di una foto della preparazione

puRe

“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte delle mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

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